Franciacorta: le donne, il vino, l’arte.

il

Andando ad approfondire la storia dei territori si fanno interessanti scoperte: ad esempio chi avrebbe mai immaginato che la denominazione Franciacorta sia nata grazie all’impegno e all’abnegazione di una donna? Da “donna del vino” e grande fautrice della valorizzazione dell’apporto femminile nel mondo del lavoro, mi piace dare risalto a questo aspetto, che ha un certo peso nelle realtà esplorate durante il nostro viaggio studio.

Il mio reportage della tre giorni in Franciacorta, terzo viaggio studio del 7° BEM – Bibenda Executive Wine Master – pertanto, parte a ritroso, dal racconto di Giulio Barzanò, nell’ultima giornata di visite di questo intenso tour tra le aziende del territorio: siamo a Mosnel, realtà produttiva tra le più antiche di Franciacorta, che la famiglia Barboglio aveva ereditato nel lontano 1836. Emanuela Barboglio prese in mano l’azienda nella seconda metà del secolo scorso e vi piantò i primi vigneti specializzati, cominciando a spumantizzare in autoclave. Nel territorio del Franciacorta si producono grandi vini fin dal sedicesimo secolo: addirittura uno studio effettuato sul Catasto Napoleonico del 1809 certifica l’esistenza di quasi 1000 ettari vitati ben superiori alle necessità dei circa 40.000 abitanti e destinati quindi alla vendita. La sua storia moderna, però, comincia nel 1961, con 11 produttori, 29 ettari di vigneto e una produzione di 2 mila ettolitri di Pinot di Franciacorta. Tra la Barboglio e Guido Berlucchi, il metodo Charmat aveva preso piede e la zona era diventata così forte, produttivamente parlando, che nel 1967 arrivò il riconoscimento della DOC. Il passo successivo fu la nascita di un consorzio, che avvenne il 5 marzo 1990, con l’adesione di ben 29 aziende: il momento clou, raccontatoci da Barzanò, fu quando si dovette decidere il metodo di produzione ufficiale per tutti i consorziati e si optò per il metodo classico, ma era necessario che ci fosse l’unanimità. La scena, immaginata ma corrispondente al reale, fu quella di una marea di occhi puntati sulla signora Barboglio, che avrebbe potuto opporsi, ma non lo fece, preferendo favorire il bene comune alla sua singola azienda. Un gesto notevole, a favore di una comunità intera che in quel momento sceglieva di adottare un disciplinare di produzione unico per creare una rete tra produttori.

Il concetto di rete, in effetti, è un altro elemento identificativo di queste terre: al momento il consorzio raggruppa 114 cantine, e, quando si tratta di organizzare momenti di promozione o approfondimento, come quello che ci ha visti protagonisti, è l’ente che decide a turno le aziende da valorizzare nelle degustazioni. Il tutto in un clima di armonia, quantomeno apparente, che fa sì che ognuno parli bene degli altri compagni di avventura, e promuova una migliore idea di massa critica. Nelle ospitali sale di Mosnel, a Carmignone, abbiamo potuto testare una selezione di spumanti di sei aziende, tra i quali spiccava EBB 2014, il millesimato Franciacorta Extra Brut DOCG, che porta le iniziali della signora Emanuela Barboglio Barzanò: un sentito e tuttavia discreto omaggio dei figli Lucia e Giulio, ora alle redini dell’azienda di famiglia.

La peculiarità della Franciacorta, geograficamente posizionata a sud del Lago d’Iseo, in provincia di Brescia, fra dolci colline moreniche, è proprio l’essere una sorta di angolo protetto e pertanto benedetto da un clima favorevole: questa è l’impressione che si ha inerpicandosi sul monte Orfano per l’erta salita che porta al Monastero della Santissima Annunciata. Qui, tra viti, ulivi secolari e piccoli boschi di querce, da sempre i frati del convento producono un grande vino, grazie anche alla peculiarità del terreno, la cui composizione risulta differente da quella del resto della Franciacorta e molto più simile alle terre che si affacciano sul mare. Su questo suolo “baciato dalla natura”, prospera una vigna di 5,45 ettari di Chardonnay.

Sotto l’attenta guida di Mattia Vezzola, enologo della famiglia Moretti, che dal 1981 segue l’azienda Bellavista, facciamo un rapido tour del monastero e veniamo a conoscenza dell’esistenza di una fondazione, che porta il nome di Vittorio Moretti e di sua moglie Mariella, che si occuperà di gestire il vigneto del monastero, ormai decimato dalla mancanza di vocazioni e pertanto destinato a diventare parte integrante della cantina Bellavista, e di organizzare eventi culturali sul “vino e dintorni”. Assistiamo in diretta ad un intervento di dendrochirurgia sulle viti allevate nei terrazzamenti sottostanti al convento, secondo le tecniche a noi già note del cosiddetto metodo Simonit&Sirch, utile a preservare quanti più ceppi di vite storica possibile, in funzione della strategia di conservazione degli antichi cloni, secondo la filosofia aziendale.

Infine, sul piazzale del monastero, degustiamo un bianco fermo che porta il nome del luogo: SS. Annunciata, Curtefranca 2008, 100% da uve Chardonnay, con fermentazione in piccole botti di rovere bianco per circa 12 mesi. Il vino, imbottigliato nella seconda primavera successiva alla vendemmia, riposa per un anno in bottiglia prima di essere immesso sul mercato.

Di questa esperienza di visita ricorderò particolarmente le immersioni nel verde, sia per scendere a piedi dalla cima del monte Orfano, che durante la corroborante passeggiata nell’enorme parco che circonda l’azienda Bellavista e che conduce al bistrot de l’Albereta: qua e là nel verde spuntano statue perlopiù in bronzo, e, a mio avviso, sarebbe perfetto in quel contesto un bel progetto di arte ambientale sulla falsariga di Arte Sella.

L’Albereta è immersa in questa natura rigogliosa con vista lago, ed è il luogo dove maggiormente Gualtiero Marchesi ha lasciato la sua impronta in vent’anni di attività: un light lunch non troppo light, annaffiato dalle bolle di Bellavista e Contadi Castaldi, due rami della stessa azienda, ha soddisfatto le nostre alte aspettative.

L’azienda di Moretti è infatti ormai una holding ramificata in più settori, nata come impresa edile, poi evoluta in azienda vinicola, ed ha sedi in varie regioni d’Italia: è guidata, oltre che da lui in prima persona, dalle tre figlie, che, insieme alla moglie, compongono l’importante “quota rosa” della sua famiglia. Alla moglie Mariella, in particolare, è stato dedicato un omonimo rosé, degustato durante la visita a Contadi Castaldi, che è una special edition, una cuvée realizzata solo in annate eccezionali, quando il pinot nero permette di realizzare qualcosa di unico, con un packaging appositamente ideato con design e grafica scelti dalla diretta interessata.

Dulcis in fundo, il giardino incantato di Zanella: la magia inizia quando Annamaria Clementi Zanella, madre di Maurizio, acquista “Ca’ del Bosc”, una piccola casa in collina ad Erbusco, due ettari di proprietà immersi in un fittissimo bosco di castagni. L’incontro fra il giovanissimo Zanella e la dolcezza della Franciacorta, quando la madre si trasferisce ad Erbusco e impianta il primo vigneto, fa scoccare una scintilla che durerà per sempre. Dopo un viaggio in Champagne, per studiare ed approfondire gli stili e le modalità produttive delle storiche maison, Maurizio ritorna con l’idea irremovibile di realizzare qualcosa di simile. Quella che era una casa immersa in un bosco di castagni, si trasformerà negli anni in una delle più moderne e avanzate cantine d’Italia. Da allora un unico principio definisce l’essenza di Ca’ del Bosco: la ricerca dell’eccellenza, al punto da sfiorare la maniacalità, quando, con la conversione totale a biologico, si decide di sottoporre le uve ad un procedimento di lavaggio acino per acino, che viene da Zanella stesso ironicamente chiamato “la SPA dell’uva”.

In questo luogo magico, separato dal mondo da una sorta di spartiacque spaziotemporale, il “Cancello solare” di Arnaldo Pomodoro, Zanella realizza un’altra delle sue passioni: la creazione di un giardino d’arte diffuso, negli anni divenuto un parco sculture variegato, che racchiude in sé la sua idea del mondo. E così, dopo Pomodoro arrivano Mitoraj, Mimmo Paladino, Rado Kirov, Bruno Romeda, Spirito Costa, il collettivo Cracking Art, Stefano Bombardieri, Rabarama e il cinese Zheng Lu, a realizzare lavori site specific, esclusivamente sotto forma di scultura, per affinità alla lettura altrettanto tridimensionale del vino (visiva, olfattiva e gustativa).

Un mondo parallelo nel quale farsi trasportare mentre si degusta una Cuvée Annamaria Clementi 1990, con sboccatura effettuata appositamente per l’occasione, da uve chardonnay (35%), pinot bianco (35%) e pinot nero (30%) con permanenza sui lieviti di ben 28 anni: il risultato è una grande concentrazione di aromi e frutto, con una bella nota fumé, ed un sentore di muschio e felce, che in bocca riporta un vino ancora giovane nonostante l’età, perfettamente bilanciato. E poi un Dosage Zéro noir 2005, un blanc de noir da pinot nero in purezza, che regala un naso di crosta di pane intensa, con sfumature fumé: in bocca un’esplosione di colori e sapori incredibili. Per concludere con il rosso che non ti aspetti, un taglio bordolese che porta in etichetta il nome di Maurizio Zanella: nella terra delle bolle compare un rosso del Sebino IGT 2000, vino granitico, potente e armonico al tempo stesso, che mette insieme le sfaccettature del carattere dell’uomo.
Un sogno tutto da vivere.

di Ilaria Oliva

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...