Under the Tuscan Clouds, viaggio immersivo nel Chianti Classico

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Neve, pioggia e vento non sono stati abbastanza tosti da rovinare l’incanto del secondo viaggio studio del 7° BEM, Bibenda Executive Master della Fondazione Italiana Sommelier: l’arrivo nel Chianti, per chi è partito con un giorno di anticipo, è stato segnato da una fantastica nevicata che aveva imbiancato le colline rendendole un paesaggio da fiaba. Atmosfera che si è protratta per tutto il nostro soggiorno, malgrado lo sciogliersi della neve, grazie alla fantastica accoglienza della famiglia Manetti nell’azienda Fontodi.
Situata nel cuore del Chianti Classico, più precisamente nella vallata che si apre a sud del paese di Panzano, denominata “Conca d’oro”, Fontodi ricade in un territorio rinomato da secoli per la sua vocazione alla viticoltura di qualità, dovuta alla combinazione unica di elevata altitudine, terreni galestrosi, grande luminosità e un microclima fantastico, caldo, asciutto e di ampia escursione termica.
Giovanni Manetti, il padrone di casa, ci ha dato il benvenuto con tutta la sua famiglia ed i suoi collaboratori più stretti, per farci immergere appieno nella sua attività di viticoltore del terzo millennio, che coniuga alto livello di innovazione ad una grande attenzione per la sostenibilità.
Nonostante le pessime condizioni atmosferiche, capitanati da un’instancabile Daniela Scrobogna, appena arrivati siamo riusciti a scendere in vigna: abbiamo così appreso che oggi l’azienda (che si estende per 170 ettari, dei quali più di 80 coltivati a vigneto) può vantare una certificazione biologica in quanto l’agricoltura che vi si pratica si ispira ai principi di naturalità e di sostenibilità. Inoltre, il processo produttivo va verso il biodinamico, poiché non solo non si utilizzano prodotti chimici di sintesi, ma si cerca di valorizzare al meglio le risorse interne all’azienda riducendo gli input esterni: i vigneti, ad esempio, vengono concimati utilizzando un compost prodotto dall’unione dei residui di potatura e il letame proveniente dall’allevamento di chianine presenti in azienda. Per citare le testuali parole di Giovanni, “in questo modo si chiude completamente la filiera, si rispetta il territorio, si crea una sorta di ‘autarchia’ aziendale, che si riflette sulla produzione dei vini, i quali rispecchiano totalmente le caratteristiche del terroir e anche dell’azienda in toto”.

Fontodi appartiene dal 1968 alla famiglia Manetti, dedita da tempo ad un’altra attività tipicamente chiantigiana, la produzione delle celebri terrecotte. Oggi Giovanni e suo fratello Marco si dividono gli impegni aziendali, con l’ausilio delle nuove leve, i figli, anch’essi coinvolti nel lavoro dell’azienda, a partire dalle vendemmie e successive selezioni manuali degli acini, fino alla gestione della cantina. Cantina che è stata concepita nel principio della gravità in modo da evitare l’utilizzo di strumenti meccanici che potrebbero danneggiare l’uva o il vino durante il processo di vinificazione.
La grande svolta ci fu con la vendemmia del 1981, quando, accanto ai tradizionali Chianti Classico e Chianti Classico Riserva, fu messo in cantiere un vino che entrò immediatamente nel novero dei cosiddetti Supertuscans: il Flaccianello della Pieve, realizzato con 100% di uve sangiovese. L’impronta è da sempre quella dell’enologo Franco Bernabei, che ha contribuito alla creazione di prodotti unici, perfettamente aderenti al territorio in cui nascono, e rispecchianti in un certo senso perfino il modo di essere dei proprietari: anche Bernabei ci ha seguito passo passo, tra lezioni e visite guidate, illustrandoci tutti i procedimenti e le idee alla base delle sue realizzazioni. Chianti Classico, che va in botte grande, Flaccianello della Pieve e Vigna del Sorbo, che vanno in barrique, sono le produzioni di punta, e poi ci sono altri vini monovitigno.
In cantina abbiamo avuto modo di sorseggiare il vino chiamato “Dino, in onore del padre di Giovanni, privilegio concesso a pochi. È un sangiovese in purezza, selezione speciale, che viene fermentato in botti di terracotta: rimane “sulle bucce” per nove mesi, finché non viene travasato in anfora dove matura per altri sei, il tutto senza aggiunta di solforosa. Tra i cosiddetti vini naturali, una vera sorpresa per acidità e struttura.

L’accoglienza speciale non si è limitata alla visita delle vigne e al tour in cantina, ma anche al soggiorno nelle tenute di famiglia, Tenute di Pecille, dove, tra Villa Pecille e Villa La Rota, siamo stati suddivisi in due gruppi. Le dimore, ristrutturate ed adattate al comfort contemporaneo, nel rispetto dello stile architettonico originario, utilizzando materiali tipici chiantigiani, hanno regalato alla nostra permanenza un’atmosfera di autenticità.
Autenticità che non è mancata nemmeno nei momenti conviviali, dal pranzo in azienda con tutti i prodotti del territorio (e una fantastica ribollita fatta dalla mamma di Giovanni con la sua ricetta, rigorosamente segreta), alle cene nei locali di Dario Cecchini, il macellaio che declama i versi di Dante, ed oggi una vera e propria rockstar della ristorazione: all’Officina della bistecca e da Solociccia abbiamo avuto modo di sperimentare i bestseller della brace, e non solo, toscana.
Il laboratorio Enoproject di Franco Bernabei ci ha introdotto alle meraviglie della tecnologia applicata alla chimica, che rendono possibile il controllo su tutte le fasi di vinificazione: decisamente un altro mondo rispetto a quello dei nostri nonni!

Per concludere, Giovanni Manetti ci ha raccontato del suo nuovo ruolo all’interno del Consorzio Vino Chianti Classico: dallo scorso settembre, infatti, ne è stato designato presidente, e, per il prossimo triennio, si occuperà di condurre il consorzio in un mercato sempre più complesso, attraverso un approccio strategico basato sull’ulteriore valorizzazione della denominazione del Gallo Nero, con una continua ricerca della qualità del prodotto, fatta di autenticità e territorialità, migliorandone il posizionamento e l’immagine sui mercati nazionale e internazionale. Fra i progetti del prossimo triennio, inoltre, avrà un ruolo prioritario l’avanzamento dell’iter per la candidatura Unesco del Chianti Classico come paesaggio culturale, operazione complessa ma di grande importanza.

A chiudere la nostra permanenza a Fontodi, infine, una degustazione molto interessante: una verticale di “Vigna del Sorbo” Chianti classico riserva, di cui abbiamo potuto assaggiare le annate 2010, 2001 e 1998; ed una orizzontale 1998 di Flaccianello della Pieve, Syrah Case Via, Pinot Nero Case Via.
“Vigna del Sorbo”, denominazione Chianti Classico DOCG, è un Sangiovese proveniente dall’omonimo vigneto con esposizione Sud-Ovest, con viti di oltre 40 anni allevate a guyot, che viene vinificato attraverso fermentazione spontanea con lieviti indigeni e macerazione in vasche di acciaio inox con follatori e controllo termico per oltre 3 settimane, e la cui maturazione avviene in barriques di Troncais e Allier per metà nuove per 24 mesi. Come da disciplinare, può essere vinificato in blend con un vitigno internazionale fino ad un massimo del 20%, nel nostro caso con Cabernet Sauvignon al 10%.
Nell’annata 2010, sicuramente una fuoriclasse, si avvertono note leggermente mentolate, ferrose, sfumature ombrose, note speziate tra note fruttate classiche, ciliegia e mora. Tannino levigato e ben distribuito in bocca. L’annata 2001 riserva sensazioni leggermente più da ridotto, sentore selvatico, di macchia mediterranea, mirto. Resta invariata un’ottima spalla acida ed un tannino perfettamente integrato. In bocca emergono aromi di arancia rossa e cardamomo. Il 1998, annata fredda, rilascia una nota selvatica forte, grafite, mentolato: una forte acidità sostiene il vino, quasi salina. Il tannino vince in un secondo momento. 

A questo punto la degustazione diventava verticale, allargandosi ai diversi vini monovitigno dell’azienda: il Flaccianello della Pieve, denominazione IGT Colli Toscana Centrale, sangiovese in purezza, vinificato con fermentazione spontanea tramite lieviti indigeni e macerazione in vasche d’acciaio inox per almeno 3 settimane, fermentazione malolattica in barriques ed invecchiamento in barriques per 24 mesi, nell’annata 1998 ha un impatto iniziale di grafite, e rimanda ad una nota selvatica che successivamente si addolcisce con sentori di alloro, erbe aromatiche, legno. Perfetta la rispondenza gustolfattiva.
Il Syrah Case Vie, con vinificazione in vasche d’acciaio per 3 settimane e invecchiamento in barriques per 12 mesi, nella stessa annata mostra delle forti somiglianze con i syrah della Côtes du Rhône, evidenziando un naso ampio e intenso, sentori balsamici, cacao, caffè, frutta rossa macerata, erbaceo… in bocca è potente con un tannino ormai fine e più che levigato; ancora fresco e con una bella mineralità, persistente e molto piacevole.
Il Pinot nero Case vie 1998, infine, vinificato con lieviti indigeni e macerazione per due settimane in tini troncoconici di Allier, invecchiamento in barriques per 12 mesi, si spoglia apparentemente dei tannini, rilasciando sentori di cardamomo, prugna, confettura di fragole, chinotto, rabarbaro, il tutto tenuto vivo da una buona acidità.
La chiusura è stata con un Chianti Classico Riserva del 1981, fatto con sole uve sangiovese, fuori dal disciplinare, che presenta delle speziature fortissime, date dalla maturazione in botte grande, mantenendo una forte impronta territoriale di grafite, addolcita da una nota aranciata e da note balsamiche. L’acidità è la spalla forte di questo vino, che in un secondo momento lascia spazio al tannino.

Ma è già tempo di saluti e di passare ad incontrare un altro amico della FIS, proprietario dell’azienda Felsina appena fuori dall’areale del Chianti Classico: Giuseppe Mezzocolin, splendido padrone di casa, dopo una breve visita aziendale, ci ha introdotto al mondo dell’olio extravergine d’oliva, proponendoci una degustazione di alcune monovarietà di sua produzione. Un’anteprima del Leccino, Pendolino, Moraiolo, Raggiolo e Berardenga plurivarietale, tutti annata 2018, ha preceduto un light (mica tanto light) lunch in bottaia, annaffiato con abbondanti dosi dei capolavori di Franco Bernabei, Rancia e Fontalloro.

Immagini, odori, sapori e sorrisi che difficilmente si possono dimenticare.

di Ilaria Oliva

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