5 grappoli Bibenda, racconto di una (più che) ricca degustazione

La premiazione del 16 febbraio a Borgo Egnazia si è rivelata una buona occasione per incontrarsi e riflettere su dove, e con quali modalità, sta andando il comparto vitivinicolo pugliese.

Ventisette i produttori premiati con il massimo riconoscimento dalla Guida Bibenda della Fondazione Italiana Sommelier, due in più dello scorso anno, riuniti in occasione della consegna dei premi per una degustazione collettiva delle loro migliori produzioni. Con l’occasione, approfittando anche della presenza del senatore Dario Stefàno (al quale si deve la nuova legge sull’enoturismo) si è tentato di fare il punto sulla strada percorsa dalla delegazione pugliese della Fondazione e su come, nel corso degli anni, sia aumentato il livello qualitativo dei vini proposti e premiati dalla Guida Bibenda. Un’ascesa importante, ma che può ancora dare maggiori soddisfazioni, se si continuerà a lavorare nel segno della qualità.

“Qualità” la parola chiave della serata: i 27 vini in degustazione, ai quali è stato attribuito dai degustatori ufficiali della Guida un punteggio superiore ai 90 centesimi, sono stati presentati dal “top player” docente e relatore Bibenda, Massimo Billetto.

Difficilissimo affrontare la degustazione di tante eccellenze tutte insieme (vino rosso e una sola bollicina) e difficile anche raccontarla senza banalizzare o trasformarla in un mero elenco di etichette e descrizioni.

Proveremo a rendere l’idea del percorso seguito suddividendo per categorie i vini premiati, a seconda delle similitudini tra gli stessi. Anche questa però è una classificazione che non rende appieno, in quanto le classiche categorie tradizionali (Negroamaro, Primitivo, Nero di Troia) vengono spesso stravolte in degustazione dalle incredibili performance di alcuni vini, che potrebbero competere con vini di regioni tradizionalmente più blasonate, e per questo provocano ancora più stupore. Troppo recente è, infatti, il tempo in cui i vini pugliesi servivano soprattutto per tagliare i grandi vini del nord, e tanto grandi i progressi fatti nel corso di pochi anni.

L’unica bolla della serata, il metodo classico D’Araprì, Gran Cuvée XXI° secolo, annata 2012, ha dato lo start alla grande: i tre soci/amici/jazzisti, D’Amico-Rapini-Priore, anche questa volta hanno realizzato una delle migliori interpretazioni di spumante del sud Italia, ma non solo, con 60 mesi sui lieviti per ottenere un perlage finissimo che in bocca si trasforma in una cremosità assoluta. Con una bolla di questo calibro si può affrontare un intero pasto senza alcuna stucchevolezza, grazie anche alla spinta minerale che la sostiene. Promossa a pieni voti, quindi, prosit!

A questo punto parte la sfilza dei rossi con il Negroamaro, declinato anche nella versione Salice Salentino: ogni calice una nota in comune e tante piccole sfumature di rosso.

Si va dalla new entry, Nevaia 2016 di Petra Nevara (ex neviera e fabbrica di ghiaccio nel territorio di Martina Franca, riconvertita in stabilimento vinicolo), che evidenzia note scure e tannino consistente; passando per il Negroamaro 2016 di Carvinea, dall’elegantissimo naso abbinato ad una grande acidità di sostegno in bocca ed un tannino perfettamente integrato, che conferiscono austerità all’astringenza ed eleganza aromatica, decisamente un fuoriclasse; continuando con Nero di Velluto 2014 di Feudi di Guagnano, frutto di un’annata contraddittoria ma che dà comunque le sue soddisfazioni; fino ad arrivare ai due campioni di eccellenza storici, entrambi frutto della sapienza enologica del grande e compianto Severino Garofano: il Patriglione 2012 di Taurino, dal naso ampissimo che spazia dal frutto maturo alla frutta secca, dalla liquirizia al cioccolato, alla china, al geranio, con una mineralità ferrosa e una totale rispondenza gustolfattiva; e Le Braci 2011 di Garofano, capolavoro nel suo genere, dal naso ampio di frutta molto matura, marasca, con un bagaglio di spezie notevolissimo dovuto alla terziarizzazione iniziata, pot pourri e un forte richiamo verso la terra.

Anche nella declinazione Salice Salentino il Negroamaro dà bella prova di sé: Pezzo Morgana Riserva 2016 di Masseria Li Veli è una piacevole sorpresa, dallo stile un po’ old fashion ma molto elegante sia al naso, con frutto sciropposo, frutta secca e note di terra, china e rabarbaro, sia in bocca, dove presenta un tannino molto morbido; e che dire poi del Donna Lisa Riserva 2015 di Leone De Castris, con un 10% di malvasia, un vino dallo stile senza tempo, frutto di una delle cantine storiche di Puglia, dal naso multisfaccettato tra erbe aromatiche, sottobosco, fogliame, radici, e rabarbaro, e una boccata austera che prelude ad una apertura speziata, con un tannino morbido e maturo sostenuto da buona acidità e avvolgente alcolicità; e ancora il Selvarossa Riserva 2015 di Cantine Due Palme, (unica azienda ad aver ottenuto due riconoscimenti con i 5 grappoli), un naso che sa di ciliegia, grafite, sottobosco, radici, liquirizia, e prelude un attacco quasi dolce in bocca, dove la ciliegia diventa amarena, e il vino leggero e sapido.

Interessante risulta l’esperimento del Nero 2014 di Conti Zecca, con base Negroamaro 70% e Cabernet Sauvignon 30% a corroborare il tutto: grande balsamicità al naso, che risulta ricco di incenso, boccata fresca, fragrante, nel contempo leggero e quasi masticabile.

Anche il Susumaniello, vitigno autoctono caduto quasi in disuso e da poco rispolverato, ottiene il suo momento di gloria: Cantine Risveglio propone il Susù 2016 e ci regala un naso ricco e concentrato di frutto addolcito da speziature di vaniglia, seguito da una boccata quasi sciropposa, dall’immediata ed accattivante piacevolezza.

Tra i premiati anche due vini da uve Nero di Troia, vitigno spesso sottovalutato in quanto in passato utilizzato come uva da taglio, ed oggi finalmente valorizzato: Lui 2016 di Albea (cantina di Alberobello con museo storico annesso) presenta al naso elementi di terra, grafite, inchiostro, il frutto è una prugna in confettura, in bocca un tannino asciutto e una nota vanigliata dovuta all’affinamento in barrique, che lo rendono un vino molto elegante, sostenuto da acidità e sapidità importanti; e Puer Apuliae Riserva 2013 di Rivera, al quale la vinificazione in chiave moderna e l’invecchiamento per 14 mesi in barriques nuove hanno permesso di essere un vino i cui i profumi caratteristici di questa varietà, la viola e l’anice stellata, risultano in maniera prepotente sostenuti da un palato di grande eleganza, strutturato e leggero.

Tormaresca vince e convince con l’aglianico in purezza Bocca di Lupo 2014, dall’omonima tenuta ai piedi di Castel del Monte: un naso ricco di speziature, un mix di mirtillo, confettura di frutti di bosco e prugna, elementi terrosi e grafite, un accenno selvatico e sentori di violetta; in bocca un attacco amarognolo, forte persistenza, un tannino magistralmente estratto e un sostegno acido che emerge dopo qualche secondo di permanenza.

Un intermezzo musicale con i Terraross che hanno fatto ballare la pizzica perfino a Bruno Vespa in prima fila, e poi tutti nuovamente col naso nel calice: la parte del leone, come prevedibile, l’ha fatta il primitivo, nelle sue declinazioni in purezza e in blend con negroamaro o aglianico, ben 13 vini che coprono i territori maggiormente vocati dell’area di Gioia del Colle e di Manduria, con sconfinamenti sempre più frequenti nel Salento. Dalla denominazione di Gioia viene il Pentimone 2015 di Centovignali: un’eleganza fino a poco tempo fa impensabile nel primitivo si sprigiona dai sentori fruttati e floreali di fragola e rosa rossa, intensificato dalle speziature dolci; non manca il sentore minerale, di intensità ferrosa, che si rispecchia in bocca con perfetta rispondenza gustolfattiva. Sempre in zona è prodotto il 17 del 2015 di Polvanera, un primitivo estremamente alcolico che però, in un gioco di perfetto equilibrio tra attacco dolce e chiusura sapida in bocca, riesce a bilanciare la corposità e grassezza della boccata.

Dalla DOC di Manduria arriva la narrazione di Vespa Vignaioli, con Raccontami 2016, primitivo in purezza, che, nonostante la “giovane età” si presenta con un naso molto ampio e una beva appagante. Così come Es 2016, “ultima edizione” del capolavoro di Gianfranco Fino, che, a fronte di una chiusura olfattiva iniziale, si apre in un bouquet di frutti dolci corroborati da una nota balsamica che fanno già riconoscere il fuoriclasse. E ancora La Signora 2015, di Morella, dalle note fruttate di ciliegia e macchia mediterranea accompagnate da sentori balsamici e di spezie dolci; e Piano Chiuso Riserva 2015 di Masca del Tacco, dai toni più densi di frutta sotto spirito, composta di frutta, cacao, caffè tostato, quasi un “mon chéri”. Trullo di Pezza, seconda new entry tra le aziende premiate, vince con Pezzale Riserva 2014, primitivo dalla forte impronta selvatica, seguita da note speziate. Una piacevolissima sorpresa è stato il Cassio Dione Riserva 2015 di Candido, dal naso intenso fruttato, speziato e terraceo, in bocca un frutto molto intenso ed una chiusura sapida.

Fuori dalla denominazione spicca un IGT Salento di Tenute Rubino, Visellio 2016, primitivo in purezza totalmente fuori dagli schemi classici: un frutto fresco e leggero, etereo, con speziature delicate come il coriandolo, un lieve ed elegante accenno di china e rabarbaro, in bocca un tannino compatto ma dalla forte bevibilità. Anche il 18 2016 di Schola Sarmenti, IGT Salento Rosso, con i suoi 18 gradi armoniosamente gestiti, stravolge le regole e regala una sorsata di territorio, con i suoi aromi sembra quasi un pasticciotto leccese da bere! 

I blend a base di primitivo e negroamaro, l’Amativo 2015 di Cantele e il Platone 2014 di Al Bano Carrisi si diversificano per il mix di forza e morbidezza dei due vitigni, spingendo su una forte mineralità il primo e sentori vegetali e di china il secondo, perfette esemplificazione della tradizione pugliese.

Infine il secondo riconoscimento per Cantine Due Palme è andato al 1943 del 2015, blend di Primitivo e Aglianico, detto anche “Vino del Presidente”, ottenuto dagli storici vigneti ad Alberello messi a dimora nel 1968 e curati personalmente dal Presidente Angelo Maci, le cui bottiglie sono tutte numerate, e racchiudono un bouquet rustico di spezie da legno, caffè, china e centerbe.

E dopo una degustazione tanto impegnativa non poteva mancare un piatto “di rinforzo”, preparato appositamente dallo chef stellato del ristorante “Due Camini”, Domingo Schingaro: una minestra di pasta con verdure e salse della tradizione rivisitate, che ha rinfrescato gli animi, giusto il tempo di concludere con la constatazione di aver assaggiato 27 vini totalmente privi di note pesanti, assolutamente bevibili già da ora.
Venite a ballare…(ops!)…a degustare in Puglia?

di Ilaria Oliva
Ph. Vito Gallo, courtesy FIS Puglia

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...